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"OPERE D'ARTISTA IN UN INTERNO"

Giovanna Lentini è ospite con le sue opere presso prestigiose location: abitazioni private e siti istituzionali. In questo caso, l'Architetto Anna Giustolisi ospita le opere di Giovanna Lentini presso la propria abitazione.

Foto di Fabio Gambina dalla rivista "Ville&Casali" (Ottobre '17).

Giovanna Lentini su Ville&Casali Giovanna Lentini su Ville&Casali Giovanna Lentini su Ville&Casali Giovanna Lentini su Ville&Casali Giovanna Lentini su Ville&Casali


"Senza rosso non c'è vita".

"Pennellate decise dal colore fluido in cui l’essenziale non è mai stato tanto pieno di sé. Questa è la pittura di Giovanna Lentini.

Tre sono i colori fondamentali che s’incontrano sulle tele di quest’artista.

Il bianco, che lungi dall’essere una tinta piatta, nelle opere di Giovanna Lentini assume innumerevoli sfumature, ci richiama alla mente l’abbacinante luce del sole allo zenit che gioca a riflettersi sullo specchio del mare di Sicilia, terra di origine di quest’artista. Il nero, con tutte le gradazioni del grigio, è il colore delle coste, laddove la terra si tuffa nel mare, delle ombre che si proiettano sulle strade inondate di luce nel meriggiare dei caldi giorni d’estate. Poi uno squarcio di rosso, improvviso, come un lampo a ciel sereno, come tutto ciò che irradia di vitalità l’esistenza.

Rosso dentro, non è un titolo casuale ma è stato scelto dai curatori in sintonia con l’artista, avvertendone l’esigenza interiore: perché per Giovanna Lentini la pittura è una questione d’anima e non solo di linea. Ed è per questo che i colori sono rielaborati interiormente e si fanno pura espressione del suo sentire.

Al colore rosso Giovanna Lentini sembra attingere per trarne energia e calore. Il rosso come vita che squarcia la quotidianità con tutta la forza, la bellezza imprevedibile e inarrestabile della vita, fiamma che consuma dentro.

La stessa fiamma inestinguibile che alimenta l’estro dell’artista, di colui che ricerca il segno nascosto nella Natura e la traduce in segno.

Le sue opere sembrano riassumere un contrasto essenziale visivo e semantico. Lo stesso che vede coinvolto l’uomo di fronte alla meraviglia della Natura: dall’inizio alla fine dell’esistenza, dalla purezza al buio, dal bianco al nero, dall’azione alla riflessione, in una parabola che riassume in sé una totalità di emozioni e di eventi, li travolge in quello che potremmo definire “il ciclo vitale”.

Altro dettaglio che al visitatore attento non potrà sfuggire è la straordinaria ricerca dell’artista nell’uso di materiale di prima qualità per la produzione dei propri lavori: pigmenti naturali, lino grezzo, sete e velluti sono alcuni dei preziosi elementi che rendono unica la matericità delle tele di Giovanna Lentini.

Semplicità nella complessità, tradizione artistica e innovazione trovano la loro sublimazione nei due arazzi in mostra; ultima tappa di una ricerca instancabile, dove interiorità e arte si fondono suggellate da un colorismo di straordinaria sensibilità, tutto da scoprire e interiorizzare.


Elisa Larese

Tablinum Cultural Management - Curatorial Department



È fatta di eterogeneità, imprevedibilitá, irregolarità per cui merita la ferita dello sguardo, attraversata da una nebulositá che mostra i segni dell’organon di una interioritá che ha una sua vita nascosta, ricca di segni che attraggono la vista con la fascinosità di un sogno ad occhi aperti, che preso dall'immaginazione vaga nelle contrade enigmatiche dell'astrazione, in cui ci puó essere un taglio netto di colore che calca la scena pittorica, ma puó non esserci, in quanto tutto si tiene nell'infinita ricerca, che di salto in salto, abolisce trame e percorsi e cerca l'impossibile infinito.


Francesco Gallo Mazzeo (2016)



"OPERE D'ARTISTA IN UN INTERNO"

Giovanna Lentini è ospite con le sue opere presso prestigiose location: abitazioni private e siti istituzionali. In questo caso, l'Architetto Anna Giustolisi ospita le opere di Giovanna Lentini presso la propria abitazione.

Foto di Fabio Gambina dal mensile life style "VilleGiardini" (Gennaio '16).

Giovanna Lentini su VilleGiardini Giovanna Lentini su VilleGiardini Giovanna Lentini su VilleGiardini Giovanna Lentini su VilleGiardini


Giovanna Lentini: l'artista che non perde il filo

Mi piace, da sempre, immaginare la vita alla stregua di un filo. Lungo, corto o di media lunghezza ma straordinariamente capace di adattarsi a curve ed anfratti, il filo della vita sfida le certezze assolute del vuoto e del pieno, sorvola il bene e il male con la leggerezza di un colibrì, rammentandoci che nulla è assoluto. Il filo ed il colibrì: come dire. Il riferimento e la divina astrazione, la sicurezza di una guida e il velocissimo battito d'ali . Nell'Arte pittorica di Giovanna Lentini, si concretizza il sogno dell'uomo, si realizza l'aspirazione massima all'equilibrio fatto di ricerca e di innovazione, ma con l'occhio rivolto, anche, alla materiale concretezza. Ho scorto il filo che ne percorre e ne caratterizza l'Opera , fin dalle sue prime produzioni, nelle quali era pur il colore a farla da padrone. Le molteplici immagini emergenti da quegli assembramenti pulsanti di cromatismo, non erano scevre, infatti, dalla presenza del filo che, pur se virtuale o appena accennato, fungeva da guida ottica alla scoperta dell'immagine, al riconoscimento, come nel caso della collezione "People", di volti che, in apparenza misteriosi, si decrittavano palesandosi all'affettuoso sguardo dell'osservatore. Step inevitabile nella produzione artistica di Lentini, quindi, la concretizzazione di quel filo, la sua emergenza nella sfera del reale, come testimonianza ed omaggio ad un legame ancestrale. L'Artista si getta a capofitto nella ricerca di materiali diversi, di stoffe e tessuti ed il filo, prima soltanto ombra e guida discreta alla scoperta, diviene protagonista. Si percepisce, nella recente produzione, un legame straziante ma catartico con il profondo passato della memoria collettiva. Nel nostro DNA, nelle nostre cellule, nei nostri neuroni vivono le storie degli antichi progenitori, i drammi e le esperienze di esseri in continua comunicazione con i misteri del cosmo. Il filo, dunque, nella sua duplice veste di legame e di guida.

Lentini oltre il mito di Teseo: Il filo di Arianna che permette a Teseo di ritrovare la strada per fuggire dal labirinto in cui si aggira il terribile Minotauro, è solo una parte di quello che l'Artista utilizza nelle sue opere e sarebbe riduttivo scorgere in esso soltanto un mezzo per fuggire da qualcosa o qualcuno. Il filo in questione è permeato di conoscenza, come il fantastico filo d'argento che, secondo le tradizioni orientali, sembrerebbe collegare il corpo fisico al corpo astrale, confermando ciò che, da sempre, spinge l'uomo oltre le colonne d'Ercole, alla ricerca dell'insondabile, ma in contatto con la propria realtà. Basta osservare il catalogo delle opere della Lentini per scoprirne il fascino. Sfido chiunque abbia analizzato, con attenzione, le opere più recenti a non aver provato una sorta di attrazione antica, apparentemente inspiegabile, per quella immagini, per quei materiali compositi come la stessa vita, deperibili come la nostra pelle, i nostri muscoli, le nostre ossa. Una precarietà ammantata di assoluto, il Ricordo che mai si farà Storia, ma Mito. Un percorso che, parafrasando il titolo di una collezione dell'Artista, non è o non è soltanto un "elogio dell'imperfezione", ma piuttosto uno sguardo attento a tutto ciò che l'umanità rappresenta, in termini di emozioni. C'è bellezza, pietà, sogno, magia, c'è amore, dolore, rabbia, c'è speranza. Speranza. Se dovessi definire l'Arte di Giovanna Lentini con una sola parola non esiterei a definirla l'Arte della Speranza. Non c'è spazio sulla tela, non c'è momento creativo dell'Artista dai quali non emerga una luce splendente che, al pari del fil rouge che ne innerva l'Opera, non faccia risplendere ricordi antichissimi ed attuali speranze , in una serena rivalutazione del Gesto , degli errori ma anche della Grandezza dell'Uomo, in un'ondata di entusiasmo composto ed intimo, esclusivo retaggio dei veri Artisti.

Giovanna Lentini su Officine delle ArtiGiovanna Lentini su Officine delle ArtiGiovanna Lentini su Officine delle Arti

Claudio Forti



Intessuta di preziosità, la “cassata siciliana” dell’artista marsalese Giovanna Lentini, ricorda i monili cinquecenteschi dei maestri corallari trapanesi

In mostra alla caffetteria “Caffè e Stanze del Gusto” del museo Riso di Palermo, fino al 5 aprile.
Maestosa, superba e regale, intessuta di preziosità memore dei monili dei maestri corallari trapanesi dei secoli XVI e XVII, con quegli intarsi e decori in smalti di contorno, è la cassata dell’artista Giovanna Lentini. Realizzata in occasione dell’evento “I Love Cassata”, organizzato dallo chef Peppe Giuffrè alla caffetteria “Caffè e Stanze del Gusto”, presso il Museo di arte moderna e contemporanea “Riso” di Palermo, nell’ambito delle iniziative inerenti l’EXPO 2015. Una dolcezza che si presta non soltanto al gusto ma anche all’osservazione e alla contemplazione, un invito costante alla tentazione.

La cassata è il dolce siciliano più amato, conosciuto in tutto il mondo e vanta una leggenda simpatica e originale che desidero ricordare. Dall’ arabo “qas’at”, si racconta infatti che un pastore saraceno stava impastando della ricotta di pecora con lo zucchero di canna in un recipiente semisferico di rame, e abbia risposto “qas’at”, il nome arabo della scodella, a un siciliano che gli aveva chiesto, invece, il nome del dolce. Con il passare degli anni, fu perfezionata nei conventi, che aggiunsero il pan di Spagna (introdotto in Sicilia dagli spagnoli), divenne così un dolce da servirsi soltanto a Pasqua, poichè quel dolce rotondo come il sole, ricordava il suo tramonto e il suo risorgere, simboleggiando la passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo. Un proverbio siciliano recita “Tintu è cu nun mancia a cassata a matina ri Pasqua” (“Meschino chi non mangia cassata la mattina di Pasqua”). Obbligo, dunque, gustare questo raffinato dolce che incanta gli occhi e seduce i palati più fini, nel giorno di festa. Giovanna Lentini, ha omaggiato non solo la tradizione dolciaria siciliana ma anche ricordato, con la sua arte ricercata ed elegante, un’altra tradizione, quella dell’antica lavorazione dei gioielli delle maestranze trapanesi del corallo.

I Love Cassata Corallo Trapanese

Gianna Panicola



ARTE: OLTRE LA PERFEZIONE

LA SICILIA IM-PERFETTA NELL’OPERA ARTISTICA DI GIOVANNA LENTINI

Articolo intervista di Francesca Ancona, 26 Agosto 2013

Opere Giovanna Lentini

Dice bene Giovanna Lentini quando parla di se stessa: "ognuno di noi è un insieme di desideri, sogni, stili, emozioni, incontri… siamo unici e irripetibili come un diamante con tante sfaccettature…", perchè così descrive perfettamente la sua arte. C’è di tutto nel baule della Lentini, ago e filo, stoffa, pennelli, colori, piatti e tazzine, tele e vestiti, gomitoli di lana e obiettivi fotografici, assieme ai ricordi, esperienza, sensibilità, forza, femminilità, passione, volontà. Tutti questi arnesi contribuiscono all’opera intera di Giovanna Lentini, bravissima nell’assemblare il tutto, gioiosamente, giocosamente, e a seconda dell’umore, delle fasi della vita, vengono fuori le sue storie. A volte coloratissime, altre candide quasi accecanti, come le ultime opere dal titolo "Elogio dell’imperfezione", un titolo che descrive a pieno lo stile concettuale di Giovanna, siciliana di Marsala e che ricorda un’altra celebre isolana, la Maria Lai del poetico telaio, dama sarda dell’arte per eccellenza.

Giovanna Lentini non si pone limiti, esplora affamata nella giungla che ci circonda e spazia e ruba di qui di là, dal mondo della moda, del design, la fotografia e la natura. Si appropria dei colori, della materia scrutandone l’anima e portandola fuori. La sua è una ricerca che oltrepassa il banale concetto del bello. L’estetica viene superata per divenire nuova estetica. Interessante questa costruzione di nuovi canali di espressione, in fondo semplici nella loro complessità. Giovanna Lentini rappresenta la modernità della tradizione, un controsenso forse, ma nella pulizia delle forme, nel candore e minimalismo, s’intuisce il calore-colore siciliano, il lavoro manuale antico femminile, l’amore per le piccole cose. Nulla d’industriale nell’arte della Lentini; basti pensare alle collane di lana che crea per le amiche, un diletto, un pensiero, un dono…

Opere Giovanna Lentini

IO E GIOVANNA, CHIACCHIERANDO TRA LE SUE OPERE…

Francesca: Giovanna pittrice, Giovanna designer, Giovanna ceramista, Giovanna fotografa. Quante Giovanna ci sono in te e come nascono?

Giovanna: Ognuno di noi è un insieme di desideri, sogni, stili, emozioni, incontri…siamo unici e irripetibili come un diamante con tante sfaccettature. Pirandello l’ha ben descritto in “Uno, nessuno, centomila.” Ognuna di queste parti ha le sue esigenze, basta prenderne atto e dare voce ad ognuna di loro; diciamo che sono la “portavoce” delle tante anime che vivono in me, e così a volte dipingo, altre fotografo, altre ancora cucio o dipingo ceramiche o creo per me e per le amiche collane e borse… domani chissà

Opere Giovanna Lentini

Francesca: Giovanna fotografa, il tuo rapporto con la fotocamera e ciò che ti sta intorno…

Giovanna: Sono una dilettante della fotografia, ossia fotografo per il piacere di catturare un’emozione per poterla conservare visivamente. Tutto nasce sempre dalla curiosità che è amore per la Vita in tutte le sue manifestazioni.

Francesca: Giovanna designer, le collane di stoffa, lana colorata, i vestiti schizzati di pittura, fashion ma prima di tutto arte

Giovanna: Si, arte, creatività sempre…sono le mie tante parti che vogliono essere ascoltate e che si manifestano attraverso le varie espressioni.

Francesca: Giovanna ceramista, nulla è lasciato al caso, anzi pare tutto collegato…

Giovanna: Le ceramiche nascono dal mio desiderio di sperimentare nuove tecniche e materiali, è una continua ricerca da dilettante, per dirla con Roland Barthes…ma è anche desiderio di circondarmi di cose belle anche nella quotidianità.

Francesca: La Giovanna pittrice si contraddice, passa dai colori violenti al bianco totale, alla purezza delle ultime opere. Cosa è cambiato in te, che fase stai attraversando?

Giovanna: Si, ho usato colori forti nel passato, ma ero diversa da adesso, “aggredivo” la vita con colori accesi. Ora sento il bisogno di assecondare il flusso della vita, di accogliere la luce che emana, e di accettare ogni aspetto, bello o brutto che sia, conscia del fatto che niente è totalmente negativo e niente è totalmente positivo. Talvolta ci capitano degli eventi spiacevoli che col passare del tempo si rivelano positivi e, soprattutto ci aiutano a crescere ed evolverci.

Opere Giovanna Lentini

Francesca: Opere miste, stoffa e colore, opere che paiono legate alla moda, stoffe tagliate, cucite, dipinte, legate. Qual’è il messaggio?

Giovanna: C’è in me una parte giocosa e leggera, alla quale non voglio rinunciare, e le ultime opere del ciclo “Elogio dell’imperfezione” sono anche espressione di questa leggerezza in opposizione alla pesantezza della vita, con tutte le sue problematiche. Parlano di imperfezione, di fili che cuciono e mettono insieme, di sovrapposizioni che dicono che il tempo passa e lascia i segni. Dicono anche che niente dura per sempre, e che tutto muta continuamente, ma questo non significa che non sia bello e che pur nella sua imperfezione tenda alla perfezione. Si tratta di trovare nuovi equilibri ed adattamenti, è un lavoro che dura tutta la vita. La consapevolezza dell’imperfezione è la condizione necessaria per sfiorare la perfezione.

Francesca: Se dovessi creare una collezione di abiti cosa disegneresti, come cuciresti e taglieresti i tuoi abiti…forse come i tuoi dipinti-arazzi?

Giovanna: Sarebbero degli abiti comodi e confortevoli, con stoffe naturali e preziose (lino, cotone , seta cachemire, lana) dalle forme pulite e geometriche, con qualche pennellata di colore o qualche accessorio che si faccia notare (amo le collane, le borse e le scarpe).

Opere Giovanna Lentini

Francesca: Gli ultimi lavori, "Elogio dell’imperfezione", la bellezza nell’imperfetto, ma la perfezione esiste e cos’è per te?

Giovanna: L’elogio dell’imperfezione è il titolo che mi è venuto in mente osservando i miei ultimi lavori con i tessuti, degli arazzi molto imperfetti ed approssimativi, lembi di tessuto appesi a dei fili… ma allo stesso tempo belli e capaci di comunicare forti emozioni nei visitatori. Facendo una ricerca in internet ho avuto la piacevole sorpresa di scoprire che “L’elogio dell’imperfezione” è anche il titolo dell’autobiografia di una grande donna e scienziata italiana, Rita Levi Montalcini. Nel suo libro afferma che proprio perchè siamo imperfetti riusciamo ad evolverci e migliorare, imparando dai nostri errori. In fondo, è un inno alla Vita e alla sua bellezza. Per quanto riguarda la perfezione, penso che esista quando mi trovo immersa nella natura, quando osservo un fiore, un paesaggio incantevole, un bambino… I miei ultimi dipinti ” Out of the blue” nascono dall’emozione forte che ho provato in questi giorni osservando il mare e il cielo, sono rimasta incantata, il blu mi è entrato dentro, e poi bussava per uscire e finire sulla tela. Diceva Fichte” La perfezione non è essere perfetti, ma tendere continuamente ad essa”

Francesca: Se io ti dicessi invece: teli, garze, asettico e punti di sutura…(le mie impressioni)

Giovanna: Mi viene in mente un episodio accaduto durante l’ultima mia mostra alle storiche Cantine Florio di Marsala. Due visitatrici che avevano subito un intervento al seno, guardando i miei arazzi con i tessuti cuciti hanno visto la loro ferita e i loro punti di sutura, anche il rosso del sangue. Non saprei…forse c’è anche questo nei miei ultimi lavori…in fondo tutti abbiamo delle ferite, ma è anche vero che possiamo cucirle pazientemente e farle rimarginare a poco a poco, il tempo le farà rimarginare.

Opere Giovanna Lentini




Una narrazione cromatica inedita: "LA GRAFIA MATERICA DI GIOVANNA LENTINI"

Olio di tela è sinonimo di quadro dipinto con una composizione costretta da una superficie piana con definito perimetro.

Con tela su tela Giovanna Lentini supera il livello grafico tradizionale con l'aggiunta, nella sua composizione dai contorni aperti, una propria particolare grafica materica di calibrata intensità tridimensionale.

Il gioco della contaminazione tra disegno, tessitura e cucitura è il mezzo complesso per una narrazione cromatica inedita di complesse semplicità come la stessa artista definisce i propri lavori.

I fili delle cuciture sono frasi misteriose in un racconto aperto di controllata imperfezione che coinvolge l'osservatore.

Nelle grandi tela su tela la base tessile, spesso monocroma, riserva, supporta ed assimila continue immissioni tattili di colori e porzioni di forme per raggiungere in composizioni complesse una proposta di apertura a nuovi apporti e a nuove aperture. E proprio una particolare e attenta lettura meritano tutte le formelle perfettamente quadrate (40 x 40) ed in particolare quando bianco su bianco si creano tenui ombre continue di nuove dimensioni al variare delle luci.

E' proprio con la luce che Giovanna ha voluto affrontare con decisione e con un proprio allestimento le carenze illuminotecniche dell'ambiente contenitore. Allestimento a cura di Itinera Lab srl di Marsala, arch. Giovanni Nuzzo.

La carica creativa della Lentini è destinata a proseguire con determinazione in una continua ricerca sicuramente destinata a proporre (o produrre) in diverse forme nuovi percorsi e interessanti racconti.

La mostra, accompagnata da un catalogo ben strutturato, è stata aperta al Castello di Pantelleria sino al 4 settembre 2014.


Alberto Bolzani - Storico dell'arte



In "Rosso come la passione" pittura e tessuto s’incontrano, ordendo trame d’amore. La materia, attraversando il filo, si sublima in un percorso di intricate armonie. Il filo, a sua volta, diviene segno volto a esprimere il senso dell’eterno ritorno, la ciclicità dell’infinito simboleggiata dal cerchio, ricorrente in altre opere di Lentini, campeggiante al centro. È la ruota della passione alla quale è impossibile sottrarsi. Non esistono regole, né costruzioni, né limitazioni. Il movimento vorticoso lega e cuce stralci di tessuto ai margini, a formare tasselli geometrici.

Lentini dà onore al gesto arcaico, artigianale, del cucire, interiorizzandolo nel suo Io più profondo e sottolineando la malleabilità del tessuto, che non è soltanto una caratteristica della sua consistenza materiale, ma ha un suo proprio valore metaforico. Il tessuto scelto, non poteva che essere il velluto, simbolo di eleganza e raffinatezza, incarnante quel lusso regale che, da tempo, ha impreziosito le corti, adornato gli interni borghesi, segnato delicatamente la silhouette femminile. Con quel suo pelo sottile, esso, invita al tatto, lasciando una sensazione di incerto piacere. Il velluto di Lentini assume, nei tasselli, delle piccole pieghe sfilacciate, ordinate e distanziate: e al centro s’increspa, diventa un groviglio di pieghe nervose. Il desiderio, dopo la tormentata corsa, si è cristallizzato, è divenuto esso stesso carne. E il rosso intenso, esprime perfettamente questo accelerare del battito del cuore, questa energia passionale che rapisce anche il fruitore più distratto.


Gianna Panicola



Nessun colore ha mai, quanto il rosso, colpito l’immaginario ed i sensi dell’essere umano. Come il fuoco, il rosso vive e si nutre delle sue mille sfumature, in un perenne percorso di morte e rinascita. Come in una eterna carovana, il fuoco dà vita al fuoco, trascinando, lungo le vie del percorso creativo sempre uguale, ma sempre, in qualche maniera, diverso, pezzetti di anima, di sogno, di passione.
Il rosso è nella struttura stessa della creazione, è sangue, globuli rossi, è il nostro yin e il nostro yang, la nostra paura ed il nostro entusiasmo. Rosso è il cuore, rossa la passione, rosso il fuoco dell’amore, rosse le bandiere dell’impegno politico di un periodo già troppo lontano, rosso è tutto ciò che non potrebbe essere che rosso, tutto ciò che non potrebbe essere bleu o marrone né tantomeno grigio.
Il rosso è la Vita stessa, è la quadratura del cerchio di "venti sfumature" che non attendono altro che di essere svelate per manifestarsi come una straordinaria presenza al cospetto della nostra anima. Il rosso è anche il colore del Natale, la festa in cui i media, il potere, il consumismo sfrenato ci parlano di pace, di amore, di fratellanza.
Un Artista conosce bene il labile confine che separa il valore etico dall’ipocrisia e per questo ne dà la propria interpretazione, svincolata da convenzioni ed inutili legacci pre-costituiti.
"Venti sfumature di rosso" è, dunque, un inno a questo inimitabile colore, ma anche un omaggio alla forza di volontà dell’ uomo, alla libertà di pensiero, al sogno che non deve mai morire, al fuoco che, da qualche parte, arde sempre, dentro ognuno di noi.


Claudio Forti



Una difficile storia umana del nostro tempo affrancata dall’arte e dall’amore.

Conosco Giovanna Lentini dai tempi del Liceo Classico, io preside, lei alunna, bella, intelligente, ammirata, studiava per passione e tanta voglia di affrancamento. E tuttavia con le sue ansie e le sue preoccupate incertezze che s’è portate addosso per tanto tempo, fino ai tormenti d’un matrimonio fallito e di alcune vicissitudini che sempre, tuttavia, le hanno trovato accanto una famiglia premurosa e protettiva.

Conseguita la maturità ha proseguito negli studi che le sono stati più cari e che, però, hanno accresciuto il suo tormentoso percorso esistenziale: la filosofia e la pedagogia con i suoi sistemi educativi. Per una crescita da vivere e da comunicare agli altri quasi per un traslato di conoscenze e di difese.

Dal ’99, infatti, si è occupata di consulenza espressiva e di arte-terapia lavorando anche nelle scuole. Dalla sua tormentata maniera di vivere una storia umana del nostro tempo l’ha affrancata prima l’arte - dipinge con un substrato culturale e sensitivo di profondo significato - e poi, fortunatamente per lei, l’amore di una brava persona che, per sue vicende variegate, ha potuto e saputo comprenderla e ancora continua a farlo.

La storia di questa donna mi intriga a raccontarne dopo che avendola affettuosamente seguita nei suoi tormenti e nei suoi risorgimenti, ho avuto la fortuna di visitare, molto attentamente, una sua mostra qui a Marsala che merita - posso garantirlo - ben più ampi orizzonti che non la Provincia, pur dopo i successi che questa pittrice ha conseguito in altre mostre anche all’estero: i tratti e i colori delle sue ultime tele a tecnica mista seguono il percorso intellettuale e spirituale, finalmente esploso anche nelle dimensioni delle opere in un empito di amore che si legge in esse e in quel che lei stessa dice di sé e, ancora, nel modo in cui parla del suo lavoro.

Inoltre ho deciso di scrivere di questa donna, di quest’artista, anche per riproporre, a beneficio di tanti giovani e di tante persone adulte spesso in crisi, il pensiero di Albert Einstein con il quale ella ha personalmente presentato la sua mostra, pensiero nello scienziato nato durante la grande crisi americana del 1928-29, il cui ricordo ben si attaglia al tempo che stiamo vivendo.

Giovanna Lentini, non senza emozione, con queste parole del grande genio di Ulm, ha presentato la sua Mostra: “Non pretendiamo che le cose cambino se continueremo a farle nello stesso modo. La crisi è la migliore cosa che possa accadere a persone e interi Paesi, perché è proprio la crisi a portare il progresso. La creatività nasce dall’ansia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che nasce l’inventiva, le scoperte … le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato. Chi attribuisce le sue sconfitte e i suoi errori alla crisi, violenta il proprio talento e rispetta più i problemi che le soluzioni. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è routine … una lenta agonia. Senza crisi non ci sono meriti. È nella crisi che il meglio di ognuno di noi affiora, perché senza crisi qualsiasi vento è una brezza. Parlare di crisi è creare nuovamente, adagiarsi su essa vuol dire esaltare il conformismo. L’unica crisi minacciosa è la tragedia di non voler lottare per superarla” (Albert Einstein - Come io vedo il mondo).

Lei, quest’artista importante ed emblematica nel nostro tempo che vive e lavora nella nostra Marsala, la crisi l’ha vissuta sulla sua pelle in una storia umana che solo studio, arte, lavoro, amore hanno contribuito ad affrancare e a serenare. E l’esempio può servire a molti! La sua Mostra è, dunque, un evento nella storia di Marsala, che merita di trovar posto in queste mie storie non solo per il suo valore intrinseco che molto ha interessato i critici.

La storia umana, oltre a quella artistica, di Giovanna Lentini, ex alunna del mio amato Liceo Classico, ha valore di per sé ma anche per quanto può servire a chi vive il nostro tempo: la crisi nell’arte e nella vita, vissuta e vinta da questa donna, sia sempre e per tutti un valore da utilizzare per incrementare le forze al fine di sconfiggerla, di superarla, di far spuntare quel sole dell’esistenza che sorge sempre nella realizzazione di sé.

G.Aldo Ruggieri



IL GOMITOLO DI AZIZ

Quando un'artista crea un'opera cerca dentro di sé il filo del gomitolo, lo srotola, lo usa, lo cuce, gli dà un'anima.

Quale anima? La sua? Forse, ma cerca le identità con le altre anime, con le altre identità elettive ed affini.

E' un sottile gioco di composizione e ricomposizione dei propri segmenti. Una ricerca di quello giusto che si combini con gli altri. E lo offre in sacrifico personale a chi lo sappia agganciare e rendere affine. E' un gioco plasmatico, dinamico della ricerca impossibile dell'affinità. Un gioco anche erotico che ecciti l'interlocutore , ne titilli le vie nascoste dell'anima che passano anche per le vibrazioni del proprio corpo. Un esercizio di ricerca come anche nell'eros si tentano strade nuove di eccitamento che non siano sempre quelle ripetitive che sarebbero statiche. La differenza tra dinamismo e staticità sta proprio qui: dinamismo è ricerca del nuovo, staticità è l'averlo trovato. Perfezione ed imperfezione si slanciano in un rimpiattino perdente per la prima, assoluta e talmente fidiaca da essere improbabile e statica. Mentre l'imperfetto rende, anche nella lingua italiana, un divenire plastico che non stanca, avvince, evoca nuove avventure e si perde nell'infinito.

Come si può commentare un'opera d'arte? Non lo so ma ci provo. Già è questa una risposta dinamica. Le muse dell'Arte sono tante ma l'Arte può essere solo musicata o descritta. Io non conosco la musica, trovo che la lingua sia lo strumento più idoneo per la trasmissione della cultura alle altre generazioni o più semplicemente agli altri. Ed allora ad ogni scritto, ad ogni sensazione evocabile, una traccia visiva imperfetta ne stimola i contenuti e avvince gli occhi nella visione introspettiva che diventa prospettica se sappiamo capirla.

Il fiore è statico anche se bello, l'elemento pittorico è la traduzione dell'emozione in parole che vibrano e facciano vibrare. Ad ogni pezzo seguente, ad ogni emozione empatica che questo sappia suscitare, un simbolo visivo imperfetto darà la sua traccia, il suo seme perché ne nasca una sensazione emozionale nuova e diversa che abbia le impronte di ciascuno che vedrà e leggerà.

La protagonista della n(m)ostra storia pittorica è Aziz che in arabo significa gemma preziosa e unica, la sua storia è la nostra, le sue emozioni si materializzano nelle tele di Giovanna Lentini e diventano le nostre.

Aldo Ferrara Massari



Gentile Giovanna Lentini, ho guardato con molto interesse i suoi “segni” in uno spazio indeterminato. Ciò mi ha dato l’impressione di una mente che sa annullarsi, che sa mettere a nudo il proprio inconscio nella volontà di cogliere il segno giusto. Questo perdersi è di un animo creativo che anela a ritrovarsi in un punto dell’azione che sia quello rivelatore.

Se vuole continuare col segno, questa è la strada giusta.

Achille Pace



Dinanzi alle Combustioni e ai Sacchi che Alberto Burri esponeva negli anni Cinquanta spesso destando scandalo per l'uso apparentemente casuale di materie povere e quotidiane, Cesare Brandi evocava la ritmica classica del fregio fidiaco delle Panatenee, individuando giustamente in quelle opere la ricerca di una partitura compositiva che aveva alle spalle la grande tradizione della pittura e della scultura. E' un approccio ormai acquisito nella lettura del Novecento: laddove si leggeva, ed era più facile, un gesto iconoclasta, il tempo ha ricucito le linee di frattura scoprendo invece una volontà formale indagata con strumenti diversi nella storia sedimentata che ci precede.

E' così anche per questi lavori di Giovanna Lentini, dove stoffe e fili imbastiscono un racconto poetico fatto di linee e tasselli di colore in apparenza vaganti come guidati dal caso, e in realtà assemblati secondo una logica che il tempo paziente dell'intervento scopre nella sua necessità. Non si tratta, naturalmente, un ordine prestabilito: anzi, è la manipolazione dei materiali di volta in volta diversa a guidare queste geometrie mobili, queste geografie congetturali. E se in alcuni casi la dimensione ludica dei collage sembra organizzare una possibile ribalta di figure e narrazioni, in altri la filigrana di segni - vettoriali, a zigzag, concentrici, a griglia - pare alludere a un repertorio di paesaggi di città, tanto fantastiche quanto stratificate nella memoria. Così, se per i riferimenti figurativi si possono citare (e sono entrambi esempi di ironica grafia poetica) tanto Calder quanto Gastone Novelli, l'allusione forse più segreta è a quel grande testo seminale del Novecento che è "Le città invisibili" di Calvino, e ad almeno una delle voci che lo scrittore consegnò idealmente al nuovo secolo nelle sue Lezioni americane: la leggerezza.

Sergio Troisi



ALLE CANTINE FLORIO, LA COMPLESSA ARTE DELLA SEMPLICITA’… “LENTINI” FINO AL 4 LUGLIO.

Cercare e trovare, lenti, il bandolo della matassa, attaccato all’ago cucitore di una semplice complessità, nel pagliaio dell’esistenza a tutti comune, non è stato difficile guidati da Lentini, sempreché non si fosse stati ostacolati da una cacofonica quanto dissonante, quanto noiosa, quanto non utile né proattiva presentazione, in linguaggio politichese, di un libro sicuramente interessantissimo, ma reso improduttivo in termini di efficacia risolutiva degli annosi problemi di quel “rione sanità”, parte costitutiva della inciviltà ospedaliera italiana. Benché, invidiata da chi italiano non è. Insomma, la solita solfa lontana dalla civiltà dell’arte.

Ebbene! Trascorso, in minutaggio, il tempo di un film della serie “la storia infinita”, si è tutti approdati, superando il lamentoso “Stige” di centinaia di profumatissime botti di rovere Florio, in un ambiente in cui la perfetta asetticità scultorea delle arcate arabo-gotiche di tufo, ben coglieva l’estrema modernità di un’espressione pittorica innovativa a cui Lentini ha tutti abituato da anni, sorprendendo continuamente. Tele materiche, stracci di inciviltà, gessati dello spirito penzolanti, ritagli di vita sdrucita e ridipinta, semplicemente attaccati ad assi di legno con essenziali puntine da disegno bianche, erano lì, sopra “spot” arricchenti di maggior spessore fisico attraverso una illuminata illuminazione architettonica di Itinera Lab. Un viaggio, nei territori della “Confusione” che è “Stato di Grazia” - da molti confuso con arte afro-esotizzante - della sofferta “Quiete” dell’Artista, ha abbagliato e spento i tentativi, attraverso reazioni razionalizzanti, di un’improbabile cosciente conoscenza da parte di spettatori, passeggiatori, pasteggiatori, di quella “Vera Bellezza” contrapposta all’aspettativa di una “Grande Bellezza” scenico-rappresentativa-estetizzante che, di materiale, non vuole avere più nulla, nemmeno i materiali di realizzazione del prodotto artistico.

L’inconscio, ma trasparente traslato, dalle pennellate alle congiunzioni cromatiche percolanti, stavolta, per mezzo di fili e tessuti espressivi del contatto/contrasto con le realtà inique e diseguali è, oggi, il percorso di Lentini artista psico-sensoriale-caratteriale-trasduttiva. Lentini non dipinge soltanto, ma parla con le sue tele un linguaggio lontano, troppo lontano in avanti per rimanere prigioniero di quattro mura; perché è un linguaggio già libero dai teoremi controllanti dell’insipienza dei “normali”, già fuori dalle gabbie del quotidiano, già visualizzante un percorso che l’Artista che sa, può dire di non sapere, di disconoscere nella indomabile prontezza del suo gesto, pittorico-esecutore-cucitore di lembi perduti di carni e pelli umane strappate - simili per format genetico alle stoffe - in questa esistenza, da un mondo che è pensiero alla fine; un mondo che ha perduto il bandolo della matassa; che ha perduto ago e filo e che non può più tentare, senza l’Amore, di ricucirsi addosso abiti mentali obsoleti frutto di quell’addomesticamento che produce inesistenza.

Lentini, Artista, esiste, ormai, lontano da qualunque “Noi” elogiante la perfezione. Nell’ineluttabile e auspicabile, annullamento del giudizio sull’eccellenza.

Sal Giampino



Un’Amica GIOVANNA LENTINI, ma soprattutto un’Artista e un’Intellettuale del segno che il Club del Libro a.s.l.b. di Bruxelles ha avuto l’onore di sostenere assieme ad altri con piccoli e grandi gesti di condivisione. Le sue opere sono immagini chiare di una IMPERFEZIONE che non è caos ma segno dei tempi che viviamo o che abbiamo sempre vissuto senza rendercene conto. Una vera Principessa di Babilonia (Voltaire) si potrebbe affermare, che ha vissuto e percorso il tempo e lo spazio della coscienza per tentare di trovare nell’Amore il senso eterno del contingente. Un viaggio, quindi, fatto di percorsi non lineari in cui ci si può perdere, ritrovarsi e nuovamente perdersi in una imperfezione che è, alla fine e malgrado tutto, costanza di tutte le vite e di tutti i fatti della storia personale di ognuno di noi.

Ha riunito su cose che non sono più tele, ma quasi bianchi pensieri frammenti di altre cose, cose già usate, consunte o abbandonate che già hanno avuto una storia, cose che non riusciamo più a comprendere tranne che per quei sottili fili di una memoria senza tempo che, d’improvviso, ricuciono altri frammenti di vite, amabili, terribili …forse un tempo felici e comunque sereni. Un’amabile partecipato distacco dalle cose mi è sembrata questa mostra ma non dalle emozioni, distacco dalle cose che ci affannano ma che alla fine diverranno frammenti esperienziali comprensibili se solo avremo amato intensamente quei momenti che rendono vera la vita, senza bilanci senza particolari aspettative sull’eterno.

Singolare, questa mostra, in una città come Marsala come singolare contrappunto ne è il luogo della mostra: le storiche Cantine Florio. Una Città divisa in clan in continua lotta per il potere che ha perso il gusto per la bellezza lasciando solo frammenti di storia spesso dissacrati. Contrappunto è invece il luogo della mostra. Un luogo tra frammenti di collezioni di botti del nettare che ha reso la Marsala famosa ed oggi Capitale e la semplice funzionalità del pavimento in tufo…eppure tutto armonicamente unito. E’, quindi, certamente un messaggio questa mostra di GIOVANNA che dovrà essere colto per evitare che i fili, i ricordi, sempre più lievi, si perdano tra cose consunte e senza senso.

Pietro Pedone



"People 2012"

"People" è un geniale, titanico sforzo pittorico dal quale emergono nuovi concetti, nuove forme, inedite e spettacolari deduzioni sugli uomini e sulla vita. Analizzare quelli che vengono definiti comunemente "gli altri", "la gente" e farlo attraverso la lente deformante ma iperanalitica della pittura, porta a vedere, dei nostri simili, quella faccia nascosta e spesso tenebrosa, che si cela tra le pieghe di una evidente fisicità o tra le nubi di una personalità fenotipicamente tracciata. I diversi affreschi di "People" sembrano i tasselli di un mondo, del quale l'occhio indagatore di Giovanna Lentini, abbia catturato la genotipica essenza, quell'angolo di anima, quella porzione di bene e di male, di coraggio e paura, di angelico e demoniaco, presenti eppure accuratamente celati in ognuno di noi.

L'impiego dei colori: rosso, nero, bianco e tutte le gradazioni del grigio, dichiara già la manifesta intenzione dell'Artista di andare alla radice delle cose, operando una apparente spoliazione delle immagini che,inquietanti, emergono tridimensionalmente come aliene figure senza tempo ed età, eppure arricchendole di una nuova luce, fatta di consapevolezza e di ancestrale coscienza.

In "People" il Tempo viene sconfitto. L'apparenza non ha spazio vitale. La finzione cede il posto ad una realtà che è quella,immanente ed imperscrutabile dei nostri sogni della via del corno, così come Omero definiva i sogni più reali, quelli che hanno il compito, talvolta oscuro, di metterci in contatto con un mondo "parallelo" che,forse, ci appartiene più di qualunque altro.

In "People" è possibile ritrovare e riconoscere una miriade di individui, di forme umane che sembrano fotografate nella loro "aura vitale", Pulsazioni, respiro, metabolismo, fanno parte della componente fisica del genere umano; in questi quadri c'è molto di più: c'è la fotografia dell'Anima, di un'Anima che si spoglia, petalo dopo petalo, come una rosa, della sua grandiosa immanenza, per donarsi ad ognuno dei singoli individui in un commovente tripudio di sensi e di pensieri, di Amore e di Morte, di Vita,in definitiva. Ecco, "People" è Vita. Non è facile trasferire su tela tutti i colori della Vita. Un grazie a Giovanna Lentini, per esserci riuscita.

Claudio Forti


Giovanna Lentini rincorre, afferra, introietta e trasferisce, con le visioni immaginifiche dei suoi occhi speculatori - parte anatomica di un corpo esperienziale - ogni possibile fusione tra spirito e perfetta estrinsecazione animistica dell’Essere in quanto tale. Come una parapendista estrema, Lentini vola, oggi, nel cielo limpido dei suoi profondi cromatismi materici per approdare lì dove la mente sfugge ad ogni controllo, passando attraverso le frequenze vibrazionali dello spirito e dell’amore che irrora il cuore. Lentini non esprime immagini, trasfonde le immagini; Lentini non dà colore alla realtà trasferita, ma proietta la sua “Unica” realtà come film della mente; Lentini non esprime Arte, ma è il contenuto stesso dell’Arte…un crogiuolo di sentimenti, passioni, sensazioni “a pelle” e aforismi pittorici che vivono di rinascita continua.

La sua nascita, il percorso di vita, le azioni e le emozioni, i suoi legami di libertà col mondo, vivono del suo “punto di vista” integerrimo, integro e apodittico: un modo di vedere che è sentire, gustare, toccare; perché è l’unico modo attraverso il quale l’anima possa dimostrare a se stessa, unicamente a se stessa, di conoscere già ogni cosa, ogni vivenza, ogni morienza, ogni miracolosa immagine dell’esistenza terrena; e perché solo così, essa, riesce a trasportare il corpo, dall’estro astrale alla responsabilità umana, di tutti i giorni, nei confronti di un percorso di vita che è "Es" coscienza, scienza, e dunque conoscenza della giusta strada verso il divino illuminante. "Giovanna Lentini è come il dardo scoccato, da mira infallibile dell’arciere, verso l’obiettivo che è senso della vita che diciamo comune, ma che vogliamo straordinaria".

Sal Giampino


Nato dalla felice unione tra un mezzo meccanico, la macchina fotografica, e l’intervento di pennellate di scarna pittura, il ciclo di lavori proposto da Giovanna Lentini, nella caffetteria Zichittella, che tanto si avvicina, per gusto e per atmosfera, ai caffé letterari descritti da Steiner, originali punti di scambio per avere un’idea nobile dell’Europa, intende omaggiare l’oro nero a noi più familiare e meno ostile: il caffé.
Il suo non è lavoro di analisi sociale, né di ricerca storica, anche se l’occhio guizzante, come un felino che non teme il buio, tende a rischiarare spazi inediti e meno formali.
Là dove viene esitata la cattura in un momento particolare, si garantisce la fedeltà della realtà, cosicché il procedimento chimico-meccanico della fotografia, fina dai tempi del celebre Nadar, non aggiunge né toglie nulla alla natura delle cose. Convinta di questa neutralità, Lentini assegna alla fotografia una funzione sussidiaria, se oltre la tenue polvere ricavata dai chicchi di caffé agisce col pennello per delineare contorni, sfumature, rarefazioni. Non si accontenta, in sostanza, della riproduzione in copia conforme del reale, semmai vuole tentare una interpretazione con impulsi e correnti personali. Fra casualità e bizzarria, un po’ per divertimento, sotto la spinta dinamica del manipolare in modo istintivo e gestuale l’informe magma coagulato, sviluppa il suo percorso interpretativo senza pressioni: sottovoce e in solitudine nell’atelier che, intanto, è divenuto ludoteca, per abbozzare identità arbitrarie e immagini dai tratti provvisori. L’intero processo creativo ci rimanda, allora, a una condizione dell’anima – l’età dell’innocenza – nella quale sogno e realtà si intrecciano liberamente, mentre i confini tra consapevolezza e spontaneità scivolano verso l’incerto. L’osservatore attento, come il visitatore occasionale, non mancheranno di interrogarsi sul rilievo, sui motivo di questi lavori così poco ritualistici, e, inoltre, fuori dai consueti contesti espositivi. Alla questione ci si può facilmente richiamare al proteiforme Ricasso che studiò così tanto gli schizzi e i disegni dei bambini da pubblicarli, non rinunciando alla confessione che una volta riuscì a disegnare come il divin Raffaello, mentre: “Ho impiegato la vita intera a cercare di disegnare come un bambino”.

Peppe Sciabica



La poetica dell'espressionismo, forse la più feconda e soprattutto la più corposa dal punto di vista tematico, fra le avanguardie storiche del novecento, ha avuto due anime: parallele e dicotomiche. Una di natura solare, espressa peculiarmente dai pittori fauves (Matisse, de Vlaminck, Marquet, Derain), l'altra dalle caratteristiche introspettive e drammatiche, maturate dagli artisti di punta della Die Brúcke (Hecki, Nolde, Múller, Kirchner). Nei primi, il colore è caldo, pulsante (rossi, gialli, ocre), nei secondi è cupo, dissonante (bleus, verdi, neri), riflesso di una visione del mondo tragica e dolorosa. La pittrice siciliana Giovanna Lentini pare essere combattuta entro queste due anime polari. I suoi oli: ”Paesaggi ed Interni", talvolta popolati di figure appena abbozzate e come affioranti dai fluidi e compatti tessuti cromatici, possiedono una duplice valenza denotativa e connotativa.             Si espandono ardenti e febbrili in una sorta di sinfonia dei sensi, che nella Natura si tuffano, si abbeverano, si nutrono ... Oppure, e qui prende il sopravvento una visione panica delle cose, si incupiscono, si intridono di metallici lampi, in un incrudelito scavo nella stessa materia che rimane, in tal modo, slabbrata, ferita dalle lame di una sofferenza che tutto e tutti accomuna. E se da un lato pertanto, le sagome figurali sembrano nuotare nel magma della joie de vivre, quasi godendo nel farsi divorare dai rapsodici denti della luce, dall'altro appaiono simili ad immote orme di solitudine e di strazio, coagulate negli strati di un ancestrale dolore.

Gianni Prè
Milano, 1998



Esiste ancora in arte la possibilità di trovare una propria linea autonoma di ricerca visto che tutto è stato sperimentato e tutto è stato indagato? Esiste e nasce dalla capacità di introspezione, nasce dal saper guardare ai propri sogni, raccontare le proprie favole, rendere per immagini le proprie paure. È, naturalmente il modo di tradurre le idee che da valore al risultato e ne determina la qualità. E per qualità delle idee, in pittura, si intende la capacità di trasfigurazione delle proprie sensazioni che siano coinvolgenti a tal punto da diventare una finestra aperta sui desideri, sulla nostalgia e sulla gioia. Per dire quindi della pittura di Giovanna Lentini mi riferirò soprattutto ai suoi dipinti sull’acqua che sono i lavori più recenti e anche più liberi da preoccupazioni di contenuto. La luce che li pervade è forte e sicura. L’elemento liquido è sinuoso ed avvolgente, determina la superficie del quadro e ne travalica i limiti vivificando le opere più fresche e riuscite. La capacità di risolvere le sensazioni attraverso la forma la riporta alla sua matrice mediterranea e ci rimanda a motivi e immagini di pura invenzione, ai suoi sogni, appunto, alle sue favole, alle sue paure.

Togo
Luglio 2001


C’è qui un’intima certezza di pittura, che si fonda in modo sempre plastico e incisivo sull’intreccio tra impressione ottica e una vibrante  distribuzione dei gesti cromatici, fatti di tocchi nervosi ma morbidi della pennellata o dei pastelli ad olio. C’è poi in queste immagini, sospese sempre tra informale e memoria – o allusione – figurale, come una lievissima ombra inquieta, l’accenno di uno sfaldamento, di uno svaporamento. Ed è subito evidente, in questo senso, una qualità interna del comporre di Giovanna Lentini. Qualcosa che è dato da una sorta di vibratilità, di lievitazione della materia pittorica, per cui il movimento della mano interviene nel midollo dei colori a farli crepitare e vivere, ad impastarli all’emozione stessa che ha dettato l’opera. E tale qualità vede appunto accordati in felice intuizione il sentimento e la tecnica, uniti da una sensibilità che si viene liberando di un suo acerbo apprendistato e prelude, ormai, ad un linguaggio colmo di umori si potrebbe dire psicologicamente fermentato, in cui la materia è l’idea ispirativa davvero coincidono, ed in cui la metrica e il timbro sono quelli dello scavo interiore, dell’osservare curioso e sensibile, della lenta sedimentazione lirica del sentire.

Giorgio Seveso
Milano Luglio 2001


Ci ha colpito anche l’opera di Giovanna Lentini, in cui abbiamo colto tutta la tristezza, la sofferenza in cui ti costringe una particolare condizione umana, magari momentanea; e quindi un bisogno enorme di fuggire dall’angusto mondo in cui vivi alla ricerca di spazi nuovi, infiniti che puoi trovare andando fuori, sù, sempre più sù, (Out è il titolo dell’opera) e ci pare di poter cogliere un certo pudore nella scelta di una parola non italiana come titolo. E quella freccia che non è certo un dardo atto a ferire  una indicazione del percorso che potrà portarti sempre più lontano dalle miserie di questa realtà, laddove potranno prendere corpo le tante sopite ma scalpitanti aspirazioni.

Erminio Gandolfo
Marsala, maggio 2006


Aspetta, istante, e addensa la fluidità del ritmo per impastare con chiazze d'indeterminato la sensualità corposa di questo castello sotterraneo di cristalli lampeggianti e alla deriva tra giallo ocra, azzurri e insorgenze di bianco, sembra dirti la conflagrazione degli schizzi di questo immaginario itinerario nomade e casuale che si chiama "attimi fuggenti". Gli echi, salti quantici, rimbalzano schizzate scie senza sentieri, a dissolvere il finto inferno della temporanza che imprigiona la vita nell'organizzazione dei limiti; qui, racconta, i miei fiumi danzanti, tra ramificazioni stocastiche e superfici virtuali d'inesistenza, hanno una sola geometria: i frattali dei fiocchi di neve e le intermittenze delle aritmie e dis-amornie caotiche che coniugano l'eternità dei congedi delle forme contingenti con rimandi ad altri atomi di tempo. Qui l'astratto lirico dell'impressione e dell'espressione informe, nell'incontro forse distanziato delle omonime correnti d'arte, è solo una sosta che attinge alle riserve dell'inquietudine del caldo in-de-finito godimento.

Tonino Contiliano
Marsala, gennaio 2002


La dimensione creativa di Giovanna Lentini, nel suo prodursi e annullarsi, votata alla fluidità e, nello stesso tempo, alla sostanza, s'impone, nel suo esercizio personale, alla visualizzazione di spazio e figura dove la scena, la scena del corpo, la sua inequivocabile proiezione, si proiettano in un baluginare assoluto di sensazioni. Una delle prime preoccupazioni di questa pittrice sembra essere quella di assegnare valore alla codificazione dello spazio, alla sottolineatura di un perimetro, d'una superficie su cui riversare i propri contenuti emotivi, il proprio bagaglio di conoscenze, il drappello di letture maturate, sia sul versante della poesia sia su quello dell'estetica pittorica. Una pienezza, a volte affannosa, fortemente desiderosa di raggiungere obiettivi, caparbia, quasi vestita di un velleitario cipiglio, per poi, a poco a poco, calarsi nella tenzone della liricità o ancora immergersi in una non vacua elegia, come a voler rappresentare, con costanza, il vagare di corpi, del suo corpo in particolare, degli umori, della propria essenza in un espressionismo vorace, sempre aperto alla ricognizione del quotidiano. Ecco, dunque, in questi oli, dove la rigenerazione visiva avviene in supporti variegati, e dove trovano sostanza, sia sulla tela sia sulla carta, gli emblemi del suo discorso, si vanno assumendo inoltre gli stilemi d'un procedere che vuoi coniugare astrazione e figurazione, segno e, a volte, gesto o rappresentazione rapida, volitiva, diventando, così, protagonisti cinetici d'una volubilità sensitiva condotta fino alla spasmo. La rapidità, la propensione a conquistare subito il modello rappresentativo, il gusto di un'offerta alla dimensione del decoro, all'acquisizione di cifre e colori, che promanano ora dall'ambiente naturale ora dagli interni, configurano una pittura che, al cromatismo, alle terre in particolare, agli ocra, alla temperanza di certi rossi, consegna pienamente il suo spirito, il suo linguaggio. Nei suoi omaggi pessoani, nel suo raffigurarsi e configurarsi con l'ascensione verso certi indici poetici, si sottolinea, ancor più, quel voler prendere ulteriore distanza dalla semplice narrazione, dal racconto suggestivo, dalla mediazione iconica in senso stretto. Anzi, Giovanna Lentini protende, soprattutto in questa ultima fase del suo esercizio pittorico, a superare geometria e figurazione, quasi a consegnare ogni tensione alla fluidità cromatica, al dirupo dei pigmenti, così da racchiudere il tutto in germi di sensazioni, in quadranti dove il tempo rallenta d'improvviso, dove i frammenti di sagome corporee tendono ad annullarrsi reciprocamente, a disperdersi, in un grande contenitore di anime, di percezioni limitanti, posti al confine di ogni visibilità. Su questa esigenza analitica la sua grammatica espressiva appare, nella totalità del linguaggio, rapida, essenziale e poi ancora ricca di germinalità, di efflorescenze, dove ciò che viene captato va lentamente rielaborandosi, per gemmare altre figure dell'intimo (paesaggi, figure, oggetti) e per crescere, o per poi disperdersi nell'arca inquieta dell'esistenza.

Aldo Gerbino
Palermo 2003



Giovanna Lentini, nostra concittadina, è una pittrice che è riuscita, con determinazione ed impegno, ad acquisire una dimensione e una notorietà di livello nazionale. Gli inizi della sua produzione pittorica, risalenti a circa 15 anni fa, sono caratterizzati da uno stile post espressionista: figure appena abbozzate, prevalenza di forme contorte e indefinite in un contesto cromatico che, contraddittoriamente, è carico, connaturato ed evidente. Parallelamente alla sua evoluzione umana, frutto di una costante ricerca interiore, la produzione artistica si è orientata verso nuovi stili, nuove forme comunicative. E d’altro canto, a meno che non si sia in presenza di una pittura manierista ed oleografica, non può esistere un attività artistica completamente sganciata dal proprio “vissuto”. Anche se è altrettanto vero che nessuna opera può ritenersi sic et simpliciter solamente autobiografica. Ogni artista e dunque anche Giovanna Lentini è “un ladro delle vite degli altri”. Di conseguenza qualunque creazione estetica è sempre il risultato di riferimenti vari e complessi, personali e non. L’attuale produzione della nostra pittrice è decisamente improntata ad estrema sobrietà stilistica: i colori sono leggeri, tenui con una predominanza del bianco.
Le pennellate sono appena accennate, le tonalità cromatiche sono intrise di riflessi orientali fino a delineare una sorta di ideogramma concettuale. Tale semplicità di stile e di forma nasconde però un’inquietudine di fondo. Ed infatti l’equilibrio esistenziale ed estetico, per i veri artisti, è sempre un’aspirazione, un tentativo di approdo ma difficilmente riesce a divenire certezza, ancoraggio sicuro. E se così fosse si arresterebbe quel processo di ricerca e di incessante evoluzione che è il sale dell’attività artistica. Dunque sobrietà e semplicità stilistica ma accompagnate da una inadeguatezza che esprime la complessità e per certi versi l’indecifrabilità del nostro tempo. In ogni caso si tratta di una produzione pittorica che riesce, nell’apparente minimalismo, ad interpretare, attraverso il meccanismo della “sottrazione” così caro a Italo Calvino, il bisogno di senso, di una sorta di “pacificazione” con una leggerezza che non è superficialità ma è il tentativo di eliminare attraverso il colore la difficoltà e il disagio dell’esistenza.
Ovviamente l’attuale produzione artistica riflette il modo di sentire di Giovanna Lentini nel nostro tempo. Di conseguenza è logico attendersi nuove idee, nuovi orientamenti estetici a cui seguiranno, come è avvenuto finora, adeguati e significativi apprezzamenti da parte del pubblico e dalla critica d’arte più attenta e rigorosa.   

Prof. Giacomo Solazzo



Ennesimo riconoscimento per Giovanna Lentini, giovane ma ormai affermata pittrice marsalese. Alla nostra concittadina è stato infatti attribuito il Premio per l’originalità nel concorso nazionale di pittura promosso dalla F.I.D.A.P.A sul tema “I fiori nell’arte” la cui premiazione si è svolta nella città di Livorno la scorsa settimana. Ancora una volta dunque Giovanna Lentini con la sua produzione pittorica riesce ad attirare positivamente l’attenzione e l’interesse di critici ed addetti ai lavori che ne riconoscono la validità e l’autorevolezza artistica. E del resto la pittrice marsalese, nonostante abbia intrapreso la carriera artistica da appena quindici anni, vanta un curriculum di tutto rispetto con varie mostre personali in Sicilia e nel resto d’Italia a cui hanno fatto seguito apprezzamenti e premiazioni.
Si tratta di un’artista che gioca continuamente sul terreno della ricerca interiore che diventa, di conseguenza, innovazione stilistica. Dopo gli inizi pittorici contrassegnati da uno stile che si può definire post-espressionista, negli ultimi tempi i quadri di Giovanna Lentini sono orientati verso un cromatismo tenue, leggero, lieve con pennellate appena accennate dalle tonalità orientali  che fanno riferimento ad una sorta di ideogramma concettuale. Tutto ciò riflette la necessità vitale di un approdo, di un equilibrio, di una sicurezza esistenziale ed estetica che, tuttavia, non può che essere instabile e, in ogni caso, punto di partenza per nuovi equilibri da conquistare.
E’ una pittura che, a prima vista, può sembrare “minimalista” ma, alla luce di un attento ripensamento, applica al campo pittorico il concetto della “sottrazione” per arrivare ad una semplicità formale e di contenuti, semplicità che non è superficialità ma proiezione sintetica della complessità e per certi versi indecifrabilità del nostro tempo.
In questo senso Giovanna Lentini, con i suoi quadri, sembra recepire la lezione della scrittrice giapponese Banana Yoshimoto, le cui storie sono appunto apparentemente minimaliste. E nello stesso tempo la sua sobrietà stilistica riflette le tesi del grande scrittore Italo Calvino che definiva moralità letteraria ed estetica la riduzione all’essenziale e l’uso asciutto e senza orpelli della parola. Ovviamente, come si conviene ai veri artisti, l’attuale produzione di Giovanna Lentini incentrata sulla “sottrazione” e sulla inquieta semplicità stilistica corrisponde al suo modo di sentire e di sentirsi nell’attualità del nostro tempo. Pertanto c’è da attendersi nuove idee, nuovi apporti, nuove concezioni estetiche che produrranno opere pittoriche che saranno sicuramente accompagnate da sempre più prestigiosi riconoscimenti.   

Prof. Giacomo Solazzo


Le quadrature pittoriche di Giovanna Lentini, sono quanto di più affascinante si stia proponendo nelle ultime apparizioni dell’arte contemporanea, per il suo modo di presentarsi nel segno della leggerezza, della quasi evanescente colorazione, basata nell’incontro di poche tonalità, che infrangono l’omogeneità della superficie bianca, ma non la annullano mai, imponendole delle umbratilità che sono respiri dell’anima, momenti lirici di dialogo interiore.
L’essere lontana dai luoghi delle mode e delle convenienze formalistiche, le permette una possibilità di riflessione non dettata da affanni di prestazioni o forzate, per cui tutte le sue opere appaiono franche, libere da un interesse immediato e da tutto ciò che, spesso, rende superficiali e forzate tante opere che sono sul mercato. Giovanna Lentini lavora con un fecondo filtro poetico che si premette a tutta la sua opera e l’attraversa in tutte le sue trasversalità possibili e immaginabili, facendo da organo ad ogni singola opera, che viene, così, compresa nel fascio di preziosità, per cui ogni singolo evento non è mai arbitrario e gratuito, ma necessario, assimilabile ad un ordine del discorso, fatto di indicibile ed ineffabile, ma non per questo meno intrigante. Il linguaggio della pittura è fatto di enigmi e di allusioni, specie quando non obbedisce ad una metafora prescrittiva ma si articola come opera di luce, fatta di essenzialità, di sintesi, cariche di suggestione, per cui ognuno può vederci quello che vuole, a seconda del proprio umore e della propria disposizione apollinea o dionisiaca che sia.
Il sentirsi vicina alle evoluzioni dell’astrazione, genera in lei una bella forza gestuale, entro cui situa  una parte di se stessa che affida all’opera, alla sua ineluttabile oggettività, in un ruolo di mediazione visibile tra il suo immaginario invisibile e noialtri osservatori.
In genere si tratta di grandi stesure dove predomina il bianco e altri colori freddi, tanto da creare una sensazione di emulsione dove prevale un elemento umorale temperato, non in preda di un eroico furore, bensì di una interpretazione meditata e analitica dell’universo dei signa; quasi una prefigurazione di senso classico, così raro in epoca post-moderna, con una attitudine a tracciare graffi, e cromatiche che rispondono ad una metrica sperimentale, ma non ossessiva, tendente all’originale, ma non ostile alla genealogia d’appartenenza.
C’è, insomma, la ricerca di un codice dell’espressione tutta individuale, che possa cogliere gli idola di una propria visione psicologica, che coinvolga le grandi e piccole cose, attraversando i desideri e le repulsioni, come sempre avviene quando si cerca di mettere ordine in se stessi.
Da questo punto di vista la tecnica dell’espressionismo e le valenze dell’attrattismo forniscono una serie di potenzialità che possono essere colte dall’interno durante la fase officinale  della preparazione dell’opera, dallo stesso artista e dopo la sua conclusione, da parte nostra, a partire dalla pelle dell’opera, dalla sua visibilità, tutto questo avviene con maggiore o minore intensità iniziando dall’exitu finale e dall’impatto che esso riesce ad avere con il fantasma del mondo cui noi apparteniamo.

Francesco Gallo
Agosto 2007


La riflessione critica sull’opera di Giovanna Lentini, non può prescindere da considerazioni sulla personalità di questa artista dalla forte determinazione che la contraddistingue, che la fa donna di forti sentimenti, capace di attraversare tensioni di una certa consistenza senza deviare dalla scelta fatta, con la precisa coscienza dei prezzi da pagare, perché si dischiuda il sistema dei codici, a cui ha deciso di accedere. A questo punto, le superfici di bianco, attraversate dalla gestualità complessa delle sue nervosità pittoriche, si assommano a perdita d’orizzonte e scandiscono le linee di una trasformazione che non appare immediatamente (ad occhio nudo) ma si mostra ad una attenta osservazione della trama, che tende a sfuggire, a farsi segreta, per poi riapparire fresca di nuovi labirinti da tracciare, nuovi sensi da assaporare. C’è l’esperienza di una grande solitudine, in questa pittura, che la porta ad una grande asciuttezza, proprio perché quando si è soli con se stessi si va diritti all’essenziale, senza lasciarsi deviare da forme sghembe della convenienza, che non vuol dire assolutamente avere una linearità verticale, ma seguire tutte le vorticosità che sono inscritte nella psicologia esperienziale di ciascuno di noi, che è fatta di gioie, ma anche di traumi, di attrazioni fatali e di repellenze automatiche. Questo perché non è vero che ci conosciamo bene e spesso i primi sconosciuti siamo noi stessi e non facciamo che curarci senza garanzia di riuscita o senza la sicurezza di cadere nello scambio che aleggia su tutti noi, nel travestimento della seduzione come scia dell’inganno. Non posso non riscontrare una sapiente capacità di tessitura, fatta di segni che tracciano le linee di una geometricità in nuce, in quanto essa stessa si pone in posizione interrogativa rispetto al suo stesso fare, che non è mai tecnico e meccanico (anche se lo è fino in fondo) ma è liberazione di una forza interiore che si oggettivizza, diventando codificazione di un gotha personale, che ha tante somiglianze, ma poi alla fine non è altro che se stessa, intenta a costruirsi una maschera fatta essenzialmente di simulazione e dissimulazione. Giovanna Lentini è una esploratrice del profondo che ritrae, riferendosi ad un grande specchio di cui lei stessa fornisce le linee essenziali, le consistenze corporali che hanno sempre le vestigia di lacerazioni di un fondo, tendenzialmente monocromatico, che viene sottratto al suo stato di quiete e portato nel pieno di piena tempesta, che agita le forme in una temperie fatta di diversità, in cui tutto è preso da una mobilità virtuale, percettiva, di un’abissale, nicciana, quindi sublime ed indeterminata fissità.

Francesco Gallo


Se la bellezza esteriore è già difficile da “definire” ed esprimere per la soggettività dei parametri con la quale viene comunemente “misurata”, cosa possiamo balbettare su quella dai contorni fluttuanti, spumeggianti come le onde del mare, che tracima dall’interiorità di una sensibilità magnetica come quella della Lentini? Un mare calmo in superficie nasconde vortici impensati che ondeggiano come note su un pentagramma liquido tra i quali non sai mai cosa si nasconde, se la giocosa danza di una lattiginosa medusa o l’avida bocca di quella bianca signora che t’ingoierà rubandoti per sempre alla terra. Esteriorità ed interiorità, razionalità e passione si fondono dando vita a linee sinuose e delicate ma anche decise, forti, in bianco e nero ed a colori, in un crescendo cromatico che imprime su tela ciò che la carne ed il sangue, la mente ed il cuore, esprimono qui senza bisogno di parole, in una visione che rimescola e fonde, come il colore, vita, pensiero ed arte.

Antonella Foderaro


"Variazioni per Cambiare." Non è un caso, e il caso infatti non esiste, che il termine "semantico" scelto da Giovanna Lentini per rappresentare la propria "azione pittorica" sia stato questo "Variazioni" che segna, con un'incisiva grammatica liberatoria, le sue tele materiche di un espressionismo informale. Per una giovane artista, qual'ella è, rappresentarsi nell'ambito stretto dell'informel di sapore "Matieuiano", è formalmente limitante ed è per questo che Giovanna ne viene fuori con un diabolico colpo d'ali da angelo delle luci quando c'immerge delicatamente nei suoi bianchi profondi e ci precipita con forza nei suoi rossi passionali. Le sue Variazioni "digitopressorie" sono manipolatori, ritmici movimenti musicali, su diversi piani, che ...... compongono le armonie cromatiche inconsce, ma sono anche, nella vita di noi tutti, quelle "crome" di conoscenza che ci permettono di progredire, di crescere, di modificarci, di acquisire quelle esperienze che il nostro corpo deve poter fare se vuole riportare alla memoria cellulare, che sa già tutto, il ricordo, quello d'ogni nostra anima, del sapere tutto. Giovanna Lentini vive nel "namu mihò renghe chiò" tra natura ed astrazione divina; è un volo rapace di un'aquila reale ma anche il candore di una sensuale calla: calice di un sapere inconscio che matura il suo sapore giorno dopo giorno e su cui, lei, poggia le labbra del suo spirito, invitando anche noi a farlo. La natura virtuale, il figurativismo "fantasmico", la sacralità disgiunta da ogni forza corporea, sono le sue immagini destrutturate, e riproiettate per noi, provenienti dal suo mondo irrazionale e privo di coscienza della propria grazia. E' proprio in quest'assoluta non conoscenza del sé che la bellezza artistica assume la sua forma più pura ed essenziale. Citerò soltanto Platone dicendo che la bellezza è fuggevole e Goethe che scrisse nel Faust: "Bellezza fermati un istante". Lo faccio per ricordarvi che la bellezza si manifesta solo nei fenomeni che si dileguano in un lampo. E a questo ci ha invitato stasera Giovanna Lentini. All'esplosione di una serie di lampi di pura energia della modificazione spirituale, del cambiamento incorporeo ma essenziale ad ogni anima per ritornare al nucleo energetico primario che è conoscenza e fluida vita infinita. La prepotente presentazione dell'eminente scienziato Ignazio Licata, ha voluto imprimere con inappuntabile e colta coerenza una chiave di lettura stupefacente per limpidezza ma altrettanto castrante per mancanza d'accettazione del "sottile". Comprendo benissimo, e accetto, la formazione dello scienziato che, seppure creativo, non può riassumere in autoptici tagli sagittali l'incorporeità delle emozioni; e non concordo, dunque, con la rigida visione dicotomica tra sguardo interno ed esterno al sé artistico (l'artista procede sempre e soltanto verso il suo interno perché sa che solo così potrà giungere da qualche parte) che però riconosco onestamente personale, così come deve essere la visione di ognuno di noi, spettatori inconsapevoli, davanti alle sofferenze, ai pianti, alle crisi di nervi, alle notti insonni, alla disperata impotenza del sentire di un'artista che come ogni artista crede soltanto nella sua fallibilità, nell'imperfezione del proprio pensiero, nella fugacità di una sicurezza che continuamente perde dalle mani con il gesto pittorico. L'azione è la vera arma scelta da Giovanna Lentini; è il passare dalla consapevolezza della propria esistenza al pensiero imperfetto e continuamente modificabile, fino a raggiungere l'agire. Il suo action-painting non vuole essere riconosciuto in nessun confronto autorale. La sua ricerca artistica purificatrice non può essere rinchiusa in nessuna "scolarità" benchè sì, riconoscibile in visioni nucleariste o spazialiste dello scorso secolo. Giovanna Lentini vuole soltanto "rinascere" (e spingere noi a farlo per noi) dopo un percorso di ristrutturazione animistica che con sensibilità, coraggio e dedizione, ha dedicato, con amore, unicamente a se. A noi, "guardoni" delle altrui gioie, non rimane che essere accettativi e non giudicanti, perché l'arte non è criticabile in
quanto personale espressione spirituale, e non è discutibile, né sotto l'aspetto compositivo, né sotto quello logistico espositivo. L'arte di Giovanna Lentini è "azione
pura" anche in questo. E la sua bellezza fulminea si sostanzia, tutta, come nel fugace scintillìo della spada sguainata dal samurai, l'attimo prima di scoccare il sublime, mortale fendente. Così, anche nei suoi occhi.

Sal Giampino


Un artista può scegliere di guardare all'esterno o all'interno. Giovanna Lentini ha intrapreso da tempo la seconda strada, cosa che rende il commento dei suoi lavori arduo come l'interrogazione di una Sfinge. La raccolta "Variazioni", dai piccoli formati alle grandi realizzazioni, è da considerare un'opera nell'opera; ogni singolo tema veicola infatti la trasmutazione di un momento interiore in una proiezione pittorica secondo la logica alchemica del cercatore ferito. L'insieme delle Variazioni offre allora  all'osservatore un indizio in più, quello del percorso. Se dovessimo cercare una parentela dal punto di vista formale, forse è alla famosa scuola di New York che bisognerebbe guardare, il primo autentico movimento americano che unì l'intensità dell'espressionismo tedesco con l'anti-figuratività delle altre scuole europee.Di quel momento troviamo anche i procedimenti per cancellazione, dai quali l'immagine esce scarnificata e de-localizzata, attraverso un minuto controllo dello spazio che è fitto, accurato ed invariante, non dipende dalla grandezza della tela.Ma questa è solo una parentela sintattica diremmo, ed è ancora all'alchimia che dobbiamo rivolgerci ed alle cose che Giovanna Lentini ama quotidianamente per trovare una chiave interiore. A esempio a quel Paul Klee il cui incessante dinamismo di forme e colori ha spesso fatto apparire gioiosa la sua arte, mentre lui stesso scriveva:"Quest'uomo nato, in contrasto con esseri divini, con un'ala sola, fa grandi sforzi per volare, e così si spezza braccia e gambe, ma tuttavia resiste sotto l'usbergo della sua idea. Il contrasto fra il suo atteggiamento solenne, monumentale e la sua rovina già in atto era ciò che dovevo mettere particolarmente in rilievo come simbolo della tragicommedia" (P. Klee, Diari 1898-1918). Costringendo le Variazioni di Giovanna Lentini a mostrarsi sotto la luce di una narrazione storica, osserviamo che c'è un progressivo passaggio da una tenue, elegante emergenza di tratti neri e rossi su un fondo bianco sui grandi spazi della canapa ai più recenti rossi densi e concentrati, dove il fragile graffito è ormai diventato un'esplicita battaglia con quel singolare continuum di spazio-tempo e memorie che in pittura è la materia. Le Variazioni vanno dunque verso un'innalzamento progressivo della temperatura interiore, un'apertura rischiosa e necessaria, il passaggio dall'opera al nero/bianco al sagredo della rivoluzione annunciata. E come ogni rivoluzione, non è senza vittime. Le Variazioni, costrette dunque a continuare all'infinito, svelano il loro lato oscuro ed esplosivo, proprio come L'angelo di Klee al di là delle apparenze si rivela l'angelo tragico della storia che osa guardare all'indietro.?L'angelo creativo di Giovanna Lentini svolge le sue Variazioni guardando in profondità all'origine del dolore.

Ignazio Licata